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321 CAPO XXIX.

imperatori. Potente motivo a studiare e conservare la lingua poteva essere la religione: quantunque i libri sacri mentovati dagli scrittori del quarto, quinto e sesto secolo della nostra era, fossero per più facile intelligenza voltati d’etrusco in latino1. La mutazione d’una nell’altra lingua parlata non avrebbe potuto farsi tuttavolta in forma sì piena, qualora l’etrusca fosse stata d’indole sua radicale diversa in tutto alla latina. Vero è che ciò s’effettuava di grado in grado, e per sola necessità. Tanto almeno dimostrano le tavole eugubine scritte alla latina, in cui si riscontra quasi una intera parafrasi di quelle in lingua etrusca, molto più antiche. Simil cosa può dirsi dell’editto di Clavernio e di Casilo concernente alle feste decuriali; della nota lamina volsca; e della tavola stessa di Banzia, le quali visibilmente danno a conoscere una favella mista. Alcune rare iscrizioni bilingui, che hanno scrittura etrusca e latina, o scrittura etrusca arrovesciata da sinistra a destra, contro al costume antico, sono forse gli ultimi accenti dell’idioma, poscia obliterato a tal segno che in Roma, al dire di Gellio, si strano parea l’etrusco quanto il gallico2.

Se riguardiamo ai fati d’una nazione da tanti secoli abolita, e con la quale perdemmo affatto ogni traccia d’affinità, avremo per buona ventura il po-

  1. Ammian. Marc. xxiii, 5.; Zosimo v. p, 355. plurim ap. J. Lyd. de Ostentis.
  2. Gell. xi. 7.