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Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. II.djvu/37

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CAPO XIX. 31

del lanificio od opera di drapperia[1]. Per un’antica memoria si diceva che Padova avesse tolto il nome dalla palude Patina presso la città[2], situata alla sinistra riva del Medoaco o sia la Brenta; fiumicello mediante il quale trafficava Padova anche sul mare pel porto di Malamocco. Non adduce perciò veruna maraviglia se fino dalla più remota età ebbero i Veneti al di fuori grido d’illustre nazione, e se nel loro paese fingono i poeti le favole più celebri dell’Eridano e di Fetonte. Mal sapevano gl’inventori stessi del mito, o piuttosto i suoi promulgatori dove fosse quest’Eridano alle cui sponde cercavano l’ambra gialla. Esiodo n’avea ragionato in un’opera ora perduta[3]: Ferecide divulgò maggiormente la favola al suo tempo; e di mano in mano l’abbellirono Eschilo, Euripide[4], Filosseno, Nicandro e Satiro[5]. Pure si vede che ignorava Erodoto del tutto, che al nostro Pado avessero appropriato i Greci il nome poetico d’Eridano, ch’ei cercava col misterioso elettro nel Baltico[6]. Ma, non poco notabile si è il racconto che di lui abbiamo d’un costume degli Eneti, se pure il fatto ch’egli udì narrare è vero: cioè l’usanza che

  1. Strabo iii. p. 116., v. p. 147.; Plin. i. epist. 14.; Martial. xi. ep. 17.
  2. Serv. i. 246.
  3. Hygin. Fab. 154: intitolata Phaeton Hesiodi.
  4. In Phaeton. Hippol. 735.
  5. Plin. xxxvi. 2.
  6. Herodot. iii. 115.