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e simamente quelli di lino, alla foggia degli Anglo-Sassoni, e ornati di larghe liste intarsiate di varj colori. Portavano le scarpe aperte quasi fino alla cima del pollice, e alternamente da stringhe di pelle allacciate. In appresso cominciarono a servirsi di uose1, sopra le quali, andando a cavallo, mettevano altri gamberuoli di lana, di colore

    re le orecchie, lasciando il collo scoperto; come si ha dai seguenti versi di Sidonio Apollinare (Carm. V.):
                   . . . . rutili, quibus arce cerebri
         Ad frontem coma tracta jacet, nudtlaque cervix
         Seturum per damna nitet.
    E altrove (epist. 1. 2.) Capitis apex rotundus, in quo paululum a planitie frontis in verticem caesaries refuga crispatur.
         Molti altri documenti dell’usanza de’ Barbari nell’ordinare la chioma si trovano nelle note di Giusto Lipsio alla Germania di Tacito. Vedansi anche gli Excursus Variorum sull’opera stessa nel Tacito dell Oberlino.
         Parlando poi delle pitture fatte fare da Teodelinda, ciò prova che neppure sotto i Longobardi in Italia quest’arte non era del tutto morta. Tuttavia è da notarsi, che attesi i loro barbari costumi dovea essere più goffamente trattata nei paesi da essi dominati, di quello che presso quei Governi che dipendevano da Costantinopoli, dove le arti conservavano ancora qualche ombra dell’antico genio (Ved. la not. 1. al cap. 17.)

  1. II latino è hosis, e la parola italiana uose, che vale gambiere è usata da Matteo Villani (lib. 8. cap. 74.). Dove gli Unghieri in uosa e gravi di lor armi e giubboni non potean salire.