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tra Levante e Greco, sempre ascendendo pei monti, e tanto s’ascende, che la sommità di quei monti si dice essere il più alto luogo del mondo. E quando l’uomo è in quel luogo trova fra due monti un gran lago, dal quale per una pianura (leggi: altipiano) corre un bellissimo fiume, e in quella sono i migliori e più grassi pascoli che si possino trovare… e si cammina per dodici giornate, per questa pianura, la quale si chiama Pamer (Pamier nel Testo francese). Ivi non appare sorta alcuna di uccelli per l’altezza dei monti, e gli fu affermato per miracolo, che per l’asprezza del freddo, il fuoco non è così chiaro, come negli altri luoghi, né si può ben con quello cuocere cosa alcuna»[1].
Si ha qui una delle prime notizie sulla zona montagnosa che, designata dagli indigeni col nome di tetto del mondo[2] a cagione dell’altezza e della somma importanza sotto l’aspetto idrografico, forma l’anello di congiunzione tra le Montagne Celesti dall’un lato, e quelle del sistema Kuen-luen-Himalaia dall’altro. E dico una delle prime notizie, giacché la fonte più antica, cui i geografi possano attingere circa alla elevata regione del Pamir, non è il Libro di Marco Polo, ma sibbene la relazione dei due pellegrini buddisti Sung-yun e Hiuen-tshang, che visitarono quei paesi assai tempo prima del viaggiatore veneziano. È vero che il primo di quei due esploratori non fa mai cenno del nome di Pamir; ma dalla descrizione generale che egli ci porge del paese è facile riconoscere in questo la importante sezione dell’anzidetto sistema Kuenluen-Himalaia. Così, per citare un solo passo della relazione, egli dice: «Nella parte centrale delle montagne trovasi un lago che è abitato da un drago velenoso. Le acque che scorrono lungo i fianchi occidentali vanno a sboccare nel mare occiden-