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64 Storia della Letteratura Italiana.

XXV.

Se egli incendiasse co’ suoi Specchi ustori le Navi Romane.

A questo luogo appartiene la famosa quistione degli specchi ustorj, con cui pretendesi, che Archimede incendiasse le navi Romane; nel qual fatto tre cose si hanno a distinguere; cioè in primo luogo, se sia fisicamente possibile trovar tali specchj, che ardan le navi a quella distanza, a cui esser doveano le Romane dalle mura di Siracusa; in secondo luogo, ancorchè ciò sia possibile per sè stesso, se le circostanze del luogo permettessero ad Archimede di usare di tali specchj; e per ultimo, ancorchè fosse in ogni modo possibile e verisimile, se questo fatto debbasi avere per certo e indubitato. E quanto al primo, crederon molti del tutto impossibile il trovare uno specchio ustorio di tal forza, che produr potesse l’effetto, che a quello di Archimede si attribuisce; e anche ultimamente il Conte Mazzuchelli nella Vita d’Archimede da lui pubblicata ha preteso di provarlo con matematica dimostrazione. Nondimeno il P. Cavalieri nel suo Trattato degli specchi ustorj, e il P. Kircher nella sua opera intitolata Ars magna lucis & umbræ si fecero a mostrarlo possibile. Una tal possibilità pretesero ancor di mostrare due Professori Tedeschi Gio. Giorgio Liebnecht, e Gio. Cristoforo Albrecht in una Dissertazione stampata in Altemburgo di Misnia l’anno 1704 di cui hassi un breve estratto nel Giornale de’ Dotti di Parigi1. Queste dimostrazioni però erano fin allora state speculative soltanto, e niuno ch’io sappia, erasi accinto e tentarne la pratica. Ma abbiamo nelle Memorie dell’Accademia delle Scienze una Dissertazione di

M. Dufay2, in cui colle sperienze da sè fatte dimostra possibile uno specchio, che produca sì maraviglioso effetto. In maniera ancora più chiara si mostra lo stesso fatto possibile colle sperienze del celebre M. Buffon, di cui si può vedere la bella Dissertazione inserita nelle stesse Memorie3. Descrive egli in essa, per qual maniera per mezzo di molti specchj piani, che in un foco comune riflettevano i raggi del Sole, gli venne fatto di ardere fino alla distanza di 150 piedi, benchè col Sole assai debole di primavera; e aggiugne, ch’egli sperava di potere con nuove sperienze giugnere fino alla distanza di 400 piedi, e forse ancora più oltre.


  1. Journ. des Scav. 1705 p. 532.
  2. An. 1726.
  3. An. 1747 p. 82.