Pagina:Storia della letteratura italiana - Tomo I.djvu/399

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


In fatti è a riflettere, che Crasso uno de’ Censori, che il pubblicarono, è quel Crasso medesimo, che come uno de’ più valenti Oratori abbiam già veduto lodarsi da Cicerone. Quindi non poteva egli certo aver in odio l’eloquenza, né bramare, che i Romani non la coltivassero. Qual fu dunque il motivo, che alla pubblicazione lo spinse di un tal decreto? Egli stesso cel dice presso Cicerone, il quale a ragionar di ciò lo introduce per tal maniera25

Ella è questa una gran selva di cose (dice egli parlando degli ornamenti richiesti a ben

ragionare), la quale benché da’ Greci medesimi non bene si comprendesse, e avvenisse perciò a’ nostri giovani di dare addietro, anziché avanzare in quest’arte, nondimeno in questi ultimi due anni vi ebbe ancora alcuni Professori Latini di eloquenza; i quali io, essendo Censore, aveva con mio editto tolti di mezzo; non già, come io ben sapeva dirsi da alcuni, perché non volessi, che coltivati fosser gl’ingegni de’ giovinetti, ma anzi perché io non voleva, che si offuscasse loro l’ingegno, e il solo ardir si accrescesse. Perciocché i Greci Retori finalmente, qualunque essi si fossero, avevan pure, com’io vedeva, e l’esercizio della lor lingua, e qualche erudizione, e quella coltura ancora, che del sapere è propia. Ma da questi nuovi Maestri null’altro parevami, che apprender potessero i giovani, fuorché ad esser arditi, il che, ancor quando a lodevoli azioni congiungesi, è in ogni modo a fuggire. Or non insegnandosi da essi fuorché ciò solamente, ed essendo quella, a dir vero, una scuola di impudenza, giudicai dover di Censore di fare in modo, che tal male non serpeggiasse più oltre. Le quali cose non dico io già, perché pensi, che impossibile sia il trattare e ornare latinamente quell’argomento, di cui abbiam favellato; perciocché la lingua nostra e l’indole delle cose è tale, che quell’antica ed esimia arte de’ Greci si può alle leggi nostre adattare e a’ nostri costumi. Ma a ciò fa d’uopo d’uomini eruditi, de’ quali in questo genere niuno ancora è stato fra noi. Che se un giorno alcuni ne sorgeranno, dovranno essi a’ Greci stessi antiporsi. Fin qui Crasso, dal cui parlare raccogliesi chiaramente, che non già l’arte de’ Retori, ma l’ignoranza di quelli, che l’esercitavano, avea egli con tal decreto presa di mir