Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/103

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ridicolo, Chiuse nel recinto delle chiese, de’ Conventi e delle Curie vescovili, rimangono tradizionali e immobili, senza sviluppo artistico, come anche oggi si vedon in parte nelle feste del contado.

La moralità di queste rappresentazioni era che il fine dell’uomo è nell’altra vita, o come si diceva, è la salvazione dell’anima, che per conseguire questo fine si ha a imitare Cristo, soffrire in questo mondo per godere nell’altro. Perciò l’ideale, l’eroico o come si diceva la perfezione della vita era il dispregio de’ beni di questo mondo, la resistenza a tutte le inclinazioni naturali e il vivere in ispirito nell’altro mondo con la contemplazione e la preghiera. Questa è la vita de’ Santi, della quale si dava anche rappresentazione a’ Fedeli. E tra le più antiche è una ancora inedita, che ha per titolo: d’uno Monaco che andò a servizio di Dio, probabilmente recitata a Monaci da Monaci in un convento. L’eroe è questo monaco, un giovinetto che resiste alle lacrime della Madre, alle querele del padre, alle tentazioni del compare, e si rende frate nel deserto, dove è accolto come figlio da un romito. Ma ivi prove più dure l’attendono. Mentre egli va a raccogliere per il pasto radici, frutta, castagne e noci, il Romito prega, e mosso da curiosità chiede a Dio qual luogo spetti al suo Novizio in paradiso, e un angiolo risponde che sarà dannato. Non perciò della notizia si turba il giovinetto, anzi risponde tranquillo che continuerà ad amare e servire Dio. Invano il demonio lo tenta, dicendogli che ha guastato l’amor naturale, e che il meglio sarà tornare in casa del padre, che forse Dio gli avrà misericordia. Il giovinetto con gli scongiuri fuga il demonio, e rimane fermo nella sua risoluzione. Allora l’angiolo annunzia al romito che egli è salvo. E il Monaco e il Romito intuonano il Te Deum o una Lauda. Nell’epilogo o commiato sono esortati gli spettatori a castigare la carne e a pensare alla