Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/229

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anime, contemplate al di fuori come esempli e ammaestramenti. Le anime sono spettatrici, contemplanti, non attrici. Passioni buone o cattive non sono in presenza e in azione, ma sono una visione dello spirito, figurata in intagli e pitture.

Questa concezione così semplice e vera nella sua profondità è la pittura e la scoltura, l’arte dello spazio, idealizzata nella parola e fatta poesia. Perchè il poeta non dipinge, ma descrive il dipinto. La parola non può riprodurre lo spazio che successivamente, e perciò è inefficace a darti la figura, come fa il pennello e lo scarpello. Nè Dante si sforza di dipingere, entrando in una gara assurda col pittore. Ma compie e idealizza il dipinto, mostrando non la figura, ma la sua espressione e impressione: dinanzi all’immaginazione la figura diviene mobile, acquista sentimento e parola. Le aguglie di Trajano in vista si movono al vento; la vedovella è atteggiata di lagrime e di dolore; nell’attitudine di Maria si legge: Ecce Ancilla Dei; l’angiolo intagliato in atto soave non sembrava immagine che tace:

Giurato si saria ch’ei dicesse Ave.

Davide ballando sembra più e meno che Re; e gli sta di contro Micol, che ammirava,

Siccome donna dispettosa e trista.

Erano i tempi di Giotto; e parevano maravigliosi quei primi tentativi dell’arte. Quest’alto ideale pittorico di Dante fa presentire i miracoli del pennello italiano. Il poeta aveva innanzi all’immaginazione figure animate, parlanti, dipinte da Colui, che mai non vide cosa nuova, ben più vivaci che non gliele potevano offrire i suoi contemporanei.

Più in là il dipinto sparisce; senza aiuto di senso, per