Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/230

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sua sola virtù lo spirito intuisce il bene e il male, ricorda i buoni e i cattivi esempli, vede da sè stesso e in sè stesso. La realtà non solo non ha la sua esistenza, come cosa sensata, il sensibile, ma neppure come figurativa, in pittura; diviene una visione diretta dello spirito, che opera già libero e astratto dal senso. Nasce un’altra forma dell’arte, la visione estatica. L’anima vede farsi dentro di sè una luce improvvisa, nella quale pullulano immagini sopra immagini come bolle d’acqua che gonfiano e sgonfiano, e l’universo visibile si dilegua innanzi a questa luce interiore, di modo che il suono di mille trombe non basterebbe a rompere la contemplazione. Dante trova forme nuove ed energiche ad esprimere questo fenomeno. Le immagini piovono nell’alta fantasia; la mente è sì ristretta

Dentro di sè, che di fuor non venìa
Cosa che fosse allor da lei ricetta.

L’immaginativa ne ruba di fuori, sì che uom non s’accorge:

Perchè d’intorno suonin mille tube.

L’anima volta in estasi ficca gli occhi nell’immagine con ardente affetto:

Come dicesse a Dio: D’altro non calme.

Tra queste visioni bellissima è quella del martirio di santo Stefano, un quadro a contrasto, dove tra la folla inferocita che grida: martira martira, è la figura del Santo, la persona già aggravata dalla morte e china verso terra, ma gli occhi al cielo preganti pace e perdono; è il soprastare dell’anima nell’abbandono del corpo.

Siamo dunque in piena vita contemplativa. Il processo della santificazione si sviluppa. Nell’inferno i tumulti e le tempeste della vita reale appassionata dal furore dei sensi: qui entriamo in quel mondo di romiti e di santi,