Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/248

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tovano Sordello, e sentendo Virgilio esser di Mantova, esce dalla sua calma di leone:

O Mantavano,
Io son Sordello. E l’un l’altro abbracciava.


E Dante pensa alla sua Firenze, dove

l’un l’altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.

Qui non è impigliato nelle allegorie. Scoppia il contrasto impetuoso, eloquente, e n’esce una poesia tutta cose, dove si riflettono i più diversi movimenti dell’animo, il dolore, lo sdegno, la pietà, l’ironia, una calma tristezza.

Il Purgatorio è il dolce rifugio della vecchiezza. Quando la vita si disabbella ai nostri sguardi, quando le volgiamo le spalle e ci chiudiamo nella santità degli affetti domestici tra la famiglia e gli amici, nelle opere dell’arte e del pensiero, il purgatorio ci s’illumina di viva luce e diviene il nostro libro, e ci scopriamo molte delicate bellezze, una gran parte di noi. Fu il libro di Lamennais, il Balbo, di Schlosser.

Viene il Paradiso. Altro concetto, altra vita, altre forme.

Il paradiso è il regno dello spirito, venuto a libertà emancipato dalla carne o dal senso, perciò il sopra sensibile,o come dice Dante, il trasumanare, il di là dall’umano. È quel regno della filosofia, che Dante volea realizzare in terra, il regno della pace, dove intelletto, amore e atto sono una cosa. Amore conduce lo spirito al supremo intelletto, e il supremo intelletto è insieme supremo atto. La Triade è insieme unità. Quando l’uomo è alzato dall’amore fino a Dio, hai la congiunzione dell’umano e del divino, il sommo bene, il Paradiso.

Questo ascetismo o misticismo non è dottrina astratta, è una forma della vita umana. Ci è nel nostro spirito