Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/297

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carsi in tutti gli aspetti dell’arte e produrre a forma drammatica. Dante che dovea essere il principio di tutta una letteratura, ne fu la fine. Quel mondo così perfetto al di fuori e al di dentro scisso e fiacco; è contemplazione d’artista, non più fede e sentimento. Questa dissonanza, tra una forma così finita e armonica e un contenuto così debole e contraddittorio ha la sua espressione ne’ sentimenti che prevalgono a’ tempi di transizione, la malinconia, la tenerezza, la delicatezza, il molle e voluttuoso fantasticare. E l’illustre malato, abbandonato ai flutti di questo doppio mondo, di un mondo che se ne va e di un mondo che se ne viene e che con tanta dolcezza e grazia rappresenta una contraddizione a scioglier la quale gli manca la coscienza e la forza, è Francesco Petrarca.


IX.


IL DECAMERONE


Se ora apri il Decamerone, letta appena la prima novella, gli è come un cascar dalle nuvole e un domandarti col Petrarca: «Qui come venn’io o quando?» Non è una evoluzione, ma è una catastrofe, o una rivoluzione, che da un dì all’altro ti presenta il mondo mutato. Qui trovi il medio evo non solo negato, ma canzonato.

Ser Ciapperello è un Tartufo anticipato di parecchi secoli, con questa differenza, che il Molière te ne fa venire disgusto e ribrezzo, con l’intenzione di concitare gli uditori contro la sua ipocrisia, dove il Boccaccio ci si spassa con l’intenzione meno d’irritarti contro l’ipocrita, che di farti ridere a spese del suo confessore e de’ creduli frati e della credula plebe. Perciò l’arma del Molière è l’ironia sarcastica; l’arma del Boccaccio è l’allegra caricatura. Per giungere a queste forme e a queste