Pagina:Storia della letteratura italiana I.djvu/60

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Di questa donna, che tiene il cor mio,
Potrei beato divenir qui io.

Raccomando agli studiosi la canzone sugli occhi della sua Donna, che ispirò le tre sorelle del Petrarca, il quale ne imitò anche la fine, che è piena di grazia:

Or se prendete a noia
Lo mio amor, occhi d’amor rubegli
Foste per comun ben stati men begli.
Agli occhi della forte mia nemica
Fa, Canzon che tu dica:
Poi che veder voi stessi non possete,
Vedete in altri almen quel che voi siete.


E ci ha pure parecchi sonetti, dove Cino in luogo di filosofare e sottilizzare si contenta di rappresentare con semplicità il suo stato, e sono teneri ed affettuosi. Meno apparisce dotto, e più si rileva artista.

La coscienza artistica si mostra in Cino nelle qualità tecniche ed esteriori della forma. La sua principale industria è di sviluppare gli elementi musicali della lingua e del verso, nè fino a quel tempo la lingua sonò sì dolce in nessun poeta, rendendo imagine di un bel marmo polito, da cui sia rimossa ogni asprezza e disuguaglianza. Ma qualità più serie e più profonde si rivelano in Guido Cavalcanti. Anche in lui la perfezion tecnica è somma, anzi in lui è scienza. Innamorato della lingua natia, pose ogni studio a dirozzarla, e fissarla, e scrisse una gramatica e un’arte del dire. Egli, nota Filippo Villani, dilettandosi degli studii rettorici, essa arte in composizioni di rime volgari elegantemente e artificiosamente tradusse. Di che si vede, quanta impressione dovè fare su’ contemporanei di Guittone e Brunetto Latini tanto e sì nuovo artificio spiegato come scienza e applicato come arte.