Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/145

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di scrivere, come si parlava dall’un capo all’altro d’Italia, e non eran disposti di andare a prender lezione in Firenze. Amavano meglio latinizzare che toscaneggiare. Riconoscevano come modelli il Boccaccio e il Petrarca, ma non davano alcuna autorità alla lingua viva. Lingua viva era per loro il linguaggio comune, che atteggiavano alla latina e alla boccaccevole. Questo meccanismo era accettato generalmente; se non che in Firenze il fondo della lingua non era il linguaggio comune, mescolato di elementi locali, siculi, lombardi, veneti, ma l’idioma toscano, così com’era stato maneggiato dagli scrittori. E Firenze, esaurita la produzione intellettuale alzò le colonne di Ercole nel suo vocabolario della Crusca, e disse: non si va più oltre. Il Bembo e più tardi il Salviati fissarono le forme grammaticali. E le regole dello scrivere in tutt’i generi furono fissate nelle rettoriche, traduzioni o raffazzonamenti di Aristotile, Cicerone e Quintiliano. Si giunse a questo, che Giulio Camillo pretendea d’insegnare tutto il sapere mediante un suo meccanismo. Tendenza al meccanizzare: chè è fenomeno costante in tutte le età, che la produzione si esaurisce, e la coltura si arresta, e si raccoglie nelle sue forme e si cristallizza.

Pietro, di mediocrissima coltura, considera tutte queste regole come pedanteria. La sua vita interiore così spontanea e piena di forza produttiva mal vi si può adagiare. Il pedantismo è il suo nemico e lo combatte corpo a corpo. E chiama pedantismo quel veder le cose non in sè stesse e per visione diretta, ma a traverso di preconcetti, di libri e di regole. Quegl’inviluppi di parole e di forme gli sono così odiosi, come l’ipocrisia, quel covrirsi della larva di un’affettata modestia, invilupparsi nella pelle della volpe e predicar l’umiltà e la decenza senza valer meglio degli altri. «Non ascoltate quest’ipocriti, scrive al Cardinale di Ravenna, pe-