Pagina:Storia della letteratura italiana II.djvu/458

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nell’immutabilità delle regole e degli esempli, ma come un prodotto più o meno inconscio dello spirito del mondo in un dato momento della sua esistenza. L’ingegno è l’espressione condensata e sublimata delle forze collettive, il cui complesso costituisce l’individualità di una società o di un secolo. L’idea gli è data con esso il contenuto; la trova intorno a sè, nella società dove è nato, dove ha ricevuto la sua istruzione e la sua educazione. Vive della vita comune contemporanea, salvo che di quella è in lui più sviluppata la intelligenza e il sentimento. La sua forza è di unirvisi in ispirito, e questa unione spirituale dello scrittore e della sua materia è lo stile. La materia o il contenuto non gli può dunque essere indifferente; anzi è ivi che dee cercare le sue ispirazioni e le sue regole. Mutato il punto di vista, mutati i criterii. La letteratura del Rinascimento fu condannata come classica e convenzionale, e l’uso della mitologia fu messo in ridicolo. Quegl’ideali tutti di un pezzo, ch’erano decorati col nome di classici, furono giudicati una contraffazione dell’ideale, l’idea nella sua vuota astrazione, non nelle sue condizioni storiche, non nella varietà della sua esistenza. Cadde la rettorica con le sue vuote forme, cadde la Poetica con le sue regole meccaniche e arbitrarie, rivenne su il vecchio motto di Goldoni: Ritrarre dal vero, non guastar la natura. Il più vivo sentimento dell’ideale si accompagnò con la più paziente sollecitudine della verità storica. L’epopea cesse il luogo al romanzo, la tragedia al dramma. E nella lirica brillarono in nuovi metri le ballate, le romanze, le fantasie e gl’inni. La naturalezza, la semplicità, la forza, la profondità, l’affetto furono qualità stimate assai più che ogni dignità ed eleganza, come quelle che sono intimamente connesse col contenuto. Dante, Shakespeare, Calderon, Ariosto, reputati i più lontani dal classicismo, divennero gli astri maggiori. Omero e