Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/119

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affatto mutate le condizioni nostre; egli pure desiderava sinceramente pel suo paese una pace che lo preservasse dalla schifosa presenza dell’austriaco e che ne migliorasse l’interno con politiche e durevoli instituzioni. Credeva anzi che a tal prezzo dovessero i capi costituzionali di buona voglia rinunziare anche alla promessa amnistia, lieti di poter contribuire col volontario esiglio alla felicità della patria. Si astenne però dal soscrivere la dichiarazione della Giunta, volendo che sua sorte non fosse diversa da quella dei suoi amici politici. Tanto a questi come al conte di Mocenigo fè aperto liberamente l’animo suo, dichiarando nei modi più espliciti a questo ultimo, che fino a tanto non sapesse ultimate le trattative, avrebbe con ogni sforzo difeso il governo costituzionale da’ suoi memici1.

L’arrivo di Marentini destò in Alessandria una viva agitazione negli animi. Il popolo e le truppe non comprendevano tutta la durezza di nostra posizione; qualunque aggiustamento non avesse per oggetto l’intatta conservazione in Piemonte della costituzione spagnuola, come abbietto e vergognoso disprezzavano.

Ansaldi e gli altri capi, non rattenuti dal timore di perdere il favor popolare, ascoltarono pacatamente Marentini e a lui rimisero per iscritto loro ri-

  1. L’autore dei Trente jours ha, bisogna dirlo, una immaginazione molto fertile, e non altrove, certamente ba ricavato la storiella dei soldati vestiti, d’ordine del ministro di guerra, alla foggia de’ francesi, ai quali, secondo lui, si fece traversare la citta di Pinerolo per farsi giuoco della credulità del popolo. In fede mia che quando uno scrittore di storia non si fa scrupolo d’inventare tuttociò che torna acconcio a sue mire bisognerebbe almeno che non si scostasse da verosimiglianza.