Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/120

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sposta, con la quale, se non isdegnavano cedere ad onorevoli patti, pure non appagavano menomamente le viste del conte Mocenigo. Le trattative però continuarono, e non era difficile lo scorgere, come a benevole e rette intenzioni del ministro di Russia fossero d’impaccio quelle ben diverse di Carlo Felice, che gittatosi nelle braccia dell’Austria, sembrava più disposto a vendicare, di quello che a render mite l’assoluta monarchia.

Frattanto, se la caduta del governo di Napoli avea disperso le speranze degli autori della rivoluzione, non avea reso meno attoniti e desolati i cittadini. Le minacciose proteste di Carlo Felice, l’abbandono di Carlo Alberto, l’infortunio de’ Napoletani in una volta, aveano ingagliardito d’un modo meraviglioso la debole minoranza piemontese ansiosa dell’assolutismo; la quale, dai timori della maggioranza liberale e dal costei disperare di poter resistere all’esterno nemico della costituzione, attingeva ognor nuove forze. Ma noi ci faremo a vedere se il partito antirivoluzionario abbia avuto mezzo od ingegno di giovarsi di sue favorevoli circostanze, ed apprenderemo, da’ suoi mal riusciti sforzi in Piemonte, come un governo anche tradito, minacciato, travagliato da tutte parti, sia difficile ad abbattersi, quando per liberalità di principii, ed intemerata condotta sia forte della stima dei popoli.

In Savoia dopo la partenza del reggimento Alessandria, riuscì agevole al conte di Andezeno effettuare la controrivoluzione. I cacciatori di Savoia sotto il comando del cav. De-la-Flechère, unica