Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/153

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Il comando di Genova fu, di consenso della guardia nazionale, rimesso al conte Desgeneys. Le sue virtù rassicuravano i Genovesi, lo credettero grande abbastanza per tutto dimenticare, e credo non s’ingannassero *.

Noi fummo salvi per l’ospitalità dei Genovesi: già lo dissi, e son dolente di non potermi diffondere su tale argomento, di dover soffocare i più teneri sentimenti1. Mi sia almeno concesso il dire che il popolo genovese dimostrò un religioso rispetto per la sventura. De’ bastimenti eran presti, dei generosi soccorsi furono largiti a coloro dei quali si penetra-

* Desgeneys, di principii assolutista più che liberale, avrebbe però se non amato, servito lealmente e senza il livore dei Della-Torre, dei Revel, degli Andezeno, dei Sanseverino, la costituzione ove si fosse mantenuta; ma la dichiarazione di Carlo Felice ed il modo con cui venne accolta dal reggente non gli lasciarono alcun dubbio sull’impossibilità di una durata, ed egli pensò di mettersi in regola col suo padrone. Ad onta di questo, caduta la libertà, il corpo decurionale e la camera di commercio di Genova plaudendo, al solito, gli eventi, ed adulando il partito che avea trionfato, decretavano e presentavano una magnifica gran croce di S. Maurizio in grossi brillanti ed una spada con impugnatura in oro, superbamente lavorata al Desgeneys, che accettò i doni, ma chiamato un notaio ne dispose immediatamente dell’una a favore dell’ospedale degli incurabili, e dell’altra a favore di quello di Pammatone, riserbandosene l’uso durante sua vita. E fu tratto di nobile disinteresse. Ma l’indirizzo del corpo decurionale in specie è rimarchevole per gli antiliberali principii che vi si scorgono, indegni se reali, codardi se simulati (Vedi Doc. AA.)
  1. La nostra rivoluzione fece sparire del tutto ogni avanzo d’astio e rivalità fra due popoli vicini. Questo vincolo stretto dalla stima reciproca, fortificato da riconoscenza e da comuni sventure, durerà egli eterno, indissolubile? Piemontesi e Genovesi confusero loro lagrime all’udire la morte di Garelli che s’avviò al patibolo intrepido, con una calma e dignità degna di un discendente dei vincitori di Botta, e d’un prode dell’antica armata italiana.