Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/7

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VII


l’abborrito Tedesco. Fece appello all’onore piemontese, mostrò la patria in pericolo: ma le cose precipitavano senza riparo. Quando vide ogni speranza fallire, tentò anche di salvare il paese coi negoziati e di liberare dall’esilio e dalla forca i suoi infelici compagni, offrendosi di andare egli ramingo per tutti, onde meglio assicurare la pace e la prosperità della patria. Ogni tentativo fu vano. Fu una storia di turpitudini e di tradimenti: gli Austriaci ebbero facil vittoria, e riportarono il loro impero feroce su tutta l’Italia. Sui rivoltati piovvero le sentenze di morte e di esilio. Carlo Alberto andò a combattere al Trocadero contro i liberali di Spagna. I più valenti e onorati ufficiali dell’esercito piemontese, Giflenga, San Marsano, Lisio e Collegno furono ridotti a spezzare la loro spada, o ad andare a combattere per la libertà in Spagna e in Grecia. Santarosa, che avea fatto la parte principale, e che, colla sua anima eroica e col suo ingegno avrebbe potuto essere uno dei più validi sostegni della libertà italiana, fu costretto a mendicare per l’Europa un pezzo di pane, e a morire in terra lontana.

Quando vide andar tutto a precipizio, cercò scampo nella fuga. I carabinieri reali lo arrestarono mentre fuggiva, e lo avrebbero messo nelle mani del boia, se da essi non lo salvava il colonnello Schultz, polacco, che gli venne in soccorso con trenta studenti. Errò dapprima per le Alpi e per la Svizzera, e compose il libro sulla rivoluzione piemontese a cui messe per epigrafe quel verso di Alfieri:

Sta la forza per lui, per me sta il vero.

Qui si rivela tutta la nobilissima anima dell’uomo, che fu lo scrittore e l’attore principale del dramma. Difendendo una rivoluzione sventurata, non si lascia governare da umori di parte: è leale e magnanimo: rende