Pagina:Storia della rivoluzione piemontese del 1821 (Santarosa).djvu/93

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sera il principe stesso lo annunziò al popolo dal balcone del suo palazzo (Vedi Doc. E.)

Brillò all’istante la pubblica gioia, e prolungossi sino a notte avanzata; indicibile ne fu l’entusiasmo, ma niun disordine l’attristò, niuno di quei sciagurati eccessi, compagni inseparabili delle popolari commozioni, tanto più ad ora così tarda, e cogli animi esasperati per le ritardate concessioni. Irrecusabile prova della saggezza dei cittadini e dell’onestà dei liberali.

Il reggente nel giorno 14 marzo giurò solennemente la costituzione: (Vedi Doc. F.) e compiuta così la rivoluzione, non restava che sostenerla e difenderla. Carlo Alberto era ancora in tempo a far dimenticare suoi falli, ed a coprir di gloria suo nome. Vedremo invece come in quella reggenza di soli otto giorni, per una fatale inazione e più fallaci provvedimenti, apprestasse alla patria le ultime sventure.

I ministri di Vittorio Emanuale avendo data tutti lor dimissione, dovette il reggente comporre un nuovo ministero. Il cav. Ferdinando Dalpozzo fu chiamato a quello dell’interno unitavi la polizia di cui creossi direttor generale il conte Cristiani. Il cav. Villamarina a quello di guerra. Per le finanze fu designato l’avvocato Gubernatis; ed avendo il marchese Arborio di Breme ricusato il portafoglio degli


    gnuola. Ma questa è, come tante altre, una loro gratuita asserzione: dopo la rivoluzione di Napoli ciascuno avea procurato di leggere la costituzione spagnuola, ed i librai non ne aveano esemplari bastanti a soddisfar le richieste. In Piemonte non vi era un uomo di mediocre coltura, che non la conoscesse, ed i principii se ne erano già diffusi persino nelle classi meno educate della società.