Pagina:Su la pena dei dissipatori.djvu/17

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partecipano deità pagane; il demonio spesso la conduce, e infine, per non dir altro, le due apparizioni si mostrano alla stessa ora e nelle stesse condizioni.

Ricorderò poi che nelle leggende tedesche il cacciatore selvaggio è spesso Teodorico di Verona; e che la leggenda non è solo tedesca, sì anche italiana, come ci attesta Giovanni da Verona, nella sua Historia Imperialis1.

Non basta; di altre forme della leggenda noi troviamo l’impronta in opere letterarie; cioè in una novella del Boccaccio e in uno exemplo del Passavanti.

Non riporto la narrazione di quest’ultimo, che è notissima e si legge in tutte le antologie. D’altronde, a dir vero, non si possono da essa trarre argomenti molto valevoli in favore della mia tesi; chè fra Jacopo scrisse dopo la morte di Dante, nè attinse a fonte popolare, sì letteraria, e straniera.

L’ho ricordata solo come prova dell’ampia diffusione della leggenda, già tramutatasi dalla bocca del popolo nei libri; poi, perchè anche in questo caso la caccia selvaggia è divenuta infernale, assumendo col color religioso un senso e un fine morale.

Credesi generalmente che al Passavanti si sia ispirato il Boccaccio. E tutti hanno osservato come il grande novellatore abbia trasformato lo spirito della tetra leggenda ascetica, rivolgendola a uno scopo quasi di parodia.

Ma non tutti hanno visto, che con gli spiriti si son mutate le forme; come insomma anche la figurazione esteriore concreta, che ha nel Boccaccio la visione, differisca assai da quella del Passavanti, e accusi la comparsa di un elemento fantastico nuovo.

Ecco ciò che apparve a Nastagio degli Onesti: «Essendo forse un mezzo miglio per la pigneta entrato, gli parve udire pianto e guai altissimi messi da una donna; e vide venire per un boschetto assai folto, correndo, una bellissima giovane, ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche e dai pruni: piagnendo e gridando forte merzè; e oltre questo le vide a’ fianchi due grandissimi e fieri mastini, li quali duramente appresso correndole, spesse volte dove la giugnevano la mordevano, e dietro lei vide venire sopra uno corsier nero un cavalier bruno,

  1. Tutti sanno che della leggenda di Teodorico in Italia si occuparono C. Cipolla e F. Novati.