Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/234

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novò patti e condizioni e stabilì esattamente per quante ore al giorno Carla dovesse sedere al pianoforte e quante ne potesse dedicare alla casa. Minacciò anche di venir a sorprenderle a tutte le ore del giorno.

— Certo, — concludeva la fanciulla, — egli non vuole altro che il nostro bene, ma s’arrabbia tanto per cose di nessuna importanza, che una volta o l’altra, nell’ira, finirà col gettarci sul lastrico. Ma ora che anche lei si occupa di noi, non c’è più questo pericolo, nevvero?

E di nuovo mi strinse la mano. Poichè io non risposi subito, essa temette ch’io mi sentissi solidale col Copler, e aggiunse:

— Anche il signor Copler dice che lei è tanto buono!

Questa frase voleva essere un complimento diretto a me, ma anche al Copler.

La sua figura presentatami con tanta antipatia da Carla, era nuova per me e destava proprio la mia simpatia. Avrei voluto somigliarli mentre il desiderio che mi aveva portato in quella casa me ne rendeva tanto dissimile! Era ben vero che alle due donne egli portava i denari altrui, ma dava tutta l’opera propria, una parte della propria vita. Quella rabbia, ch’egli dedicava loro, era veramente paterna. Ebbi però un dubbio: e se a tale opera fosse stato indotto dal desiderio? Senz’esitare domandai a Carla:

— Il Copler le ha mai chiesto un bacio?

— Mai! — rispose Carla con vivacità. — Quand’è soddisfatto del mio comportamento, seccamente impartisce la sua approvazione, mi stringe leggermente la mano e se ne va. Altre volte, quand’è arrabbiato, mi rifiuta an-