Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/235

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
232

che la stretta di mano e non s’accorge nemmeno ch’io dallo spavento piango. Un bacio in quel momento sarebbe per me una liberazione.

Visto ch’io mi misi a ridere, Carla si spiegò meglio:

— Accetterei con riconoscenza il bacio di un uomo tanto vecchio cui devo tanto!

Ecco il vantaggio dei malati reali; appariscono più vecchi di quanto non sieno.

Feci un debole tentativo di somigliare al Copler. Sorridendo per non spaventare troppo la povera fanciulla, le dissi che anch’io, quando mi occupavo di qualcuno, finivo col divenire molto imperioso. In complesso anch’io trovavo che quando si studiava un’arte si dovesse farlo seriamente. Poi m’investii tanto bene della mia parte che cessai persino di sorridere. Il Copler aveva ragione d’essere severo con una giovinetta che non poteva intendere il valore del tempo: bisognava anche ricordare quante persone facevano dei sacrifici per aiutarla. Ero veramente serio e severo.

Venne così per me l’ora di andare a colazione e specialmente quel giorno non avrei voluto far aspettare Augusta. Porsi la mano a Carla e allora m’avvidi com’essa fosse pallida. Volli confortarla:

— Stia sicura ch’io farò sempre del mio meglio per appoggiarla presso il Copler e tutti gli altri.

Essa ringraziò, ma pareva tuttavia abbattuta. Poi seppi che vedendomi arrivare, essa subito aveva indovinata quasi la verità e aveva pensato ch’io fossi innamorato di lei e quindi salva. Poi invece — e proprio quando m’accinsi ad andarmene — essa credette che anch’io fossi innamorato solo dell’arte e del canto e