Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/287

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alle labbra. Ricordo che analizzai anche se mi fosse stato permesso di dirle: «Come mi fa piacere che finalmente ti sposi e sposi il mio grande amico Guido. Ora appena sarà tutto finito fra di noi». Volevo dire una bugia perchè tutti sapevano che fra di noi tutto era finito da varii mesi, ma mi pareva che quella bugia fosse un bellissimo complimento ed è certo che una donna, vestita così, domanda complimenti e se ne compiace. Però dopo lunga riflessione non ne feci nulla. Soppressi quelle parole perchè nel mare di vino in cui nuotavo, trovai una tavola che mi salvò. Pensai che avevo torto di rischiare l’affetto di Augusta per fare piacere ad Ada che non mi voleva bene. Ma, nel dubbio che per qualche istante mi turbò la mente, eppoi anche quando con uno sforzo da quelle parole mi staccai, diedi ad Ada una tale occhiata ch’essa si alzò e uscì dopo di essersi voltata a sorvegliarmi con spavento, pronta forse di mettersi a correre.

Anche una propria occhiata si ricorda quanto e forse meglio di una parola; è più importante di una parola perchè non v’è in tutto il vocabolario una parola che sappia spogliare una donna. Io so ora che quella mia occhiata falsò le parole che avevo ideate, semplificandole. Essa per gli occhi di Ada, aveva tentato di penetrare al di là dei vestiti e anche della sua epidermide. E aveva certamente significato: «Vuoi venire intanto subito a letto con me?» Il vino è un grande pericolo specie perchè non porta a galla la verità. Tutt’altro che la verità anzi: rivela dell’individuo specialmente la sua attuale volontà; getta capricciosamente alla luce anche tutte le ideuccie con le quali in epoca più o meno recente ci si baloccò e che si sono dimenticate; trascura