Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/326

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risposto il giorno prima. Ma era possibile che, desiderabile come la vedevo, essa si contendesse a me?

— Zeno! — rispose la fanciulla con qualche dolcezza, — non avevamo noi promesso che non ci saremmo rivisti mai più? In seguito a quella nostra promessa ho assunti degl’impegni che somigliano a quelli che tu avevi già prima di conoscermi. Sono altrettanto sacri dei tuoi. Io spero che a quest’ora tua moglie si sarà accorta che sei tutto suo.

Nel suo pensiero continuava dunque ad avere importanza la bellezza di Ada. Se io fossi stato sicuro che il suo abbandono era causato da lei, avrei avuto il modo di correre al riparo. Le avrei fatto sapere che Ada non era mia moglie e le avrei fatto vedere Augusta col suo occhio sbilenco e la sua figura di balia sana. Ma non erano oramai più importanti gl’impegni presi da lei? Bisognava discutere quelli.

Cercai di parlare calmo mentre anche a me le labbra tremavano, ma dal desiderio. Le raccontai che ancora ella non sapeva quanto mia essa fosse e come non avesse più il diritto di disporre di sè. Nella mia testa si moveva la prova scientifica di quanto volevo dire, cioè quel celebre esperimento di Darwin su una cavalla araba, ma, grazie al Cielo, sono quasi sicuro di non averne parlato. Devo però aver parlato di bestie e della loro fedeltà fisica, in un balbettio senza senso. Abbandonai poi gli argomenti più difficili che non erano accessibili nè a lei nè a me in quel momento e dissi:

— Quali impegni puoi avere presi? E quale importanza possono avere in confronto a un affetto come quello che ci legò per più di un anno?

L’afferrai rudemente per la mano sentendo il biso-