Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/335

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Arrivai tardi a colazione, ma fui tanto dolce con Augusta ch’essa fu subito lieta. Non fui però capace di baciare la bimba mia e per varie ore non seppi neppure mangiare. Mi sentivo ben sudicio! Non finsi alcuna malattia come avevo fatto altre volte per celare e attenuare il delitto e il rimorso. Non mi pareva di poter trovare conforto in un proposito per l’avvenire, e per la prima volta non ne feci affatto. Occorsero molte ore per ritornare al ritmo solito che mi traeva dal fosco presente al luminoso avvenire.

Augusta s’accorse che c’era qualche cosa di nuovo in me. Ne rise:

— Con te non ci si può mai annoiare. Sei ogni giorno un uomo nuovo.

Si! Quella donna del sobborgo non somigliava a nessun’altra e io l’avevo in me.

Passai anche il pomeriggio e la sera con Augusta. Essa era occupatissima ed io le stavo accanto inerte. Mi pareva di essere trasportato così, inerte, da una corrente, una corrente di acqua limpida: la vita onesta della mia casa.

M’abbandonavo a quella corrente che mi trasportava ma non mi nettava. Tutt’altro! Rilevava la mia sozzura.

Naturalmente nella lunga notte che seguì arrivai al proposito. Il primo fu il più ferreo. Mi sarei procurata un'arma per abbattermi subito quando mi fossi sorpreso avviato a quella parte della città. Mi fece bene quel proposito e mi mitigò.

Non gemetti mai nel mio letto ed anzi simulai il respiro regolare del dormente. Così ritornai all’antica idea di purificarmi con una confessione a mia moglie,