Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/364

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chè essa subito sentì il bisogno di ricordarmi una cosa che io avevo completamente dimenticata. Pare che prima di abbandonare quell’ufficio, in quei giorni in cui ero corso dietro a tante donne perchè non m’era stato più possibile di raggiungere la mia, io avessi aggredita anche Carmen. Essa mi parlò con grande serietà e con qualche imbarazzo: aveva piacere di rivedermi perchè pensava io volessi bene a Guido e che i miei consigli potrebbero essergli utili, e voleva intrattenere con me — se io vi consentivo — una bella, una fraterna amicizia. Mi disse proprio qualche cosa di simile porgendomi con gesto largo la sua destra. Sulla sua faccia tanto bella che sempre pareva dolce, vi fu un atteggiamento molto severo per rilevare la pura fraternità della relazione che mi veniva offerta.

Allora ricordai e arrossii. Forse se avessi ricordato prima, non sarei ritornato a quell’ufficio mai più. Era stata una cosa tanto breve e ficcata in mezzo a tante altre azioni dello stesso valore, che se ora non fosse stata ricordata, si avrebbe potuto credere non fosse esistita mai. Pochi giorni dopo l’abbandono di Carla, io m’ero messo a esaminare i libri facendomi aiutare da Carmen e pian pianino, per veder meglio nella stessa pagina, avevo passato il mio braccio intorno alla sua vita che poi avevo stretta sempre più. Con un balzo Carmen s’era sottratta a me ed io allora avevo abbandonato l’ufficio.

Io avrei potuto difendermi con un sorriso inducendola a sorridere con me perchè le donne sono tanto propense a sorridere di delitti siffatti! Avrei potuto dirle:

— Ho tentato una cosa che non m’è riuscita e me ne duole, ma non vi tengo rancore e voglio esservi amico finchè non vi piacerà altrimenti.