Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/388

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

385

dere che quella voce non era falsa. Commovente era anche la sua faccia ch’io per primo scoprivo tanto alterata, e quella voce, se non si accordava con un sentimento, rispecchiava esattamente tutto un organismo, ed era perciò vera e sincera. Questo io sentii subito. Io non sono un medico e perciò non pensai ad una malattia, ma cercai di spiegarmi l’alterazione nell’aspetto di Ada come un effetto della convalescenza dopo il parto. Ma come si poteva spiegare che Guido non si fosse accorto di tanto mutamento avvenuto nella sua donna? Intanto io, che sapevo a mente quell’occhio, quell’occhio ch’io tanto avevo temuto perchè subito m’ero accorto che freddamente esaminava cose e persone per ammetterle o respingerle, potei constatare subito ch’era mutato, ingrandito, come se per vedere meglio avesse forzata l’orbita. Stonava quell’occhio grande nella faccina immiserita e scolorita.

Mi stese con grande affetto la mano:

— Già lo so, — mi disse — tu approfitti di ogni istante per venir a riveder tua moglie e la tua bambina.

Aveva la mano madida di sudore ed io so che ciò denota debolezza. Tanto più mi figurai che, rimettendosi, avrebbe riacquistati gli antichi colori e le linee sicure delle guancie e dell’incassatura dell’occhio.

Interpretai le parole che m’aveva indirizzate quale un rimprovero rivolto a Guido, e bonariamente risposi che Guido, quale proprietario della ditta, aveva maggiori responsabilità delle mie che lo legavano all’ufficio.

Mi guardò indagatrice per assicurarsi ch’io parlavo sul serio.

— Ma pure — disse — mi sembra che potrebbe trovare un po’ di tempo per sua moglie e i suoi figli, —

SVEVO — La coscienza di Zeno — 25