Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/39

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Da basso una donna fu pronta ad aprirmi la porta. Non avevo un soldo con me e mormorai:

— La mancia gliela darò un’altra volta.

Non si può mai conoscere il futuro. Da me le cose si ripetono: non era escluso ch’io ripassassi per di là.

La notte era chiara e calda. Mi levai il cappello per sentir meglio la brezza della libertà. Guardai le stelle con ammirazione come se le avessi conquistate da poco. Il giorno seguente, lontano dalla casa di salute, avrei cessato di fumare. Intanto in un caffè ancora aperto mi procurai delle buone sigarette perchè non sarebbe stato possibile di chiudere la mia carriera di fumatore con una di quelle sigarette della povera Giovanna. Il cameriere che me le diede mi conosceva e me le lasciò a fido.

Giunto alla mia villa suonai furiosamente il campanello. Dapprima venne alla finestra la fantesca eppoi, dopo un tempo non tanto breve, mia moglie. Io l’attesi pensando con perfetta freddezza: — Sembrerebbe che ci sia il dottor Muli. — Ma, avendomi riconosciuto, mia moglie fece echeggiare nella strada deserta il suo riso tanto sincero che sarebbe bastato a cancellare ogni dubbio.

In casa m’attardai per fare qualche atto d’inquisitore. Mia moglie cui promisi di raccontare il giorno appresso le mie avventure ch’essa credeva di conoscere, mi domandò:

— Ma perchè non ti corichi?

Per scusarmi dissi:

— Mi pare che tu abbia approfittato della mia assenza per cambiar di posto a quell’armadio.

È vero ch’io credo che le cose, in casa, sieno sempre spostate ed è anche vero che mia moglie molto spes-