Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/413

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
410


— E perchè no?

— Ma non vedi che ne abbiamo due dei bambini cui dobbiamo pensare?

Se li vedevo! La domanda era una figura rettorica veramente vuota di senso.

— E non ne hanno anche loro due dei bambini? — domandai vittoriosamente.

Essa si mise a ridere clamorosamente facendo spaventare Alfio che lasciò di poppare per piangere subito. Essa s’occupò di lui, ma sempre ridendo, ed io accettai il suo riso come se me lo fossi conquistato col mio spirito mentre, in verità, nel momento in cui avevo fatta quella domanda, m’ero sentito movere nel petto un grande amore per i genitori di tutti i bambini e per i bambini di tutti i genitori. Avendone poi riso, di quell’affetto non restò più niente.

Ma anche il cruccio di non sapermi essenzialmente buono si mitigò. Mi pareva di aver sciolto il problema angoscioso. Non si era nè buoni nè cattivi come non si era tante altre cose ancora. La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l’oscuro animo umano. Occorreva la fiaccola bruciante per dare la luce (nell’animo mio c’era stata e prima o poi sarebbe sicuramente anche ritornata) e l’essere pensante a quella luce poteva scegliere la direzione per moversi poi nell’oscurità. Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l’importante. Quando la luce sarebbe ritornata non avrebbe sorpreso e non avrebbe abbacinato. Ci avrei soffiato su per spegnerla prima, visto ch’io non ne avevo bisogno. Perchè io avrei saputo conservare il proposito, cioè la direzione.