Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/414

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Il proposito di bontà è placido e pratico ed io ora ero calmo e freddo. Curioso! L’eccesso di bontà m’aveva fatto eccedere nella stima di me stesso e del mio potere. Che cosa potevo io fare per Guido? Era vero ch’io nel suo ufficio sovrastavo di tanto agli altri quanto nel mio ufficio l’Olivi padre stava al disopra di me. Ma ciò non provava molto. E per essere ben pratico: che cosa avrei io consigliato a Guido il giorno appresso? Forse una mia ispirazione? Ma se neppure al tavolo di giuoco si seguivano le ispirazioni quando si giuocava coi denari altrui! Per far vivere una casa commerciale bisogna crearle un lavoro di ogni giorno e questo si può raggiungere lavorando ogni ora attorno ad una organizzazione. Non ero io che potevo fare una cosa simile, nè mi pareva giusto di sottopormi a forza di bontà alla condanna della noia a vita.

Sentivo tuttavia l’impressione fattami dal mio slancio di bontà come un impegno che avessi preso con Guido, e non potevo addormentarmi. Sospirai più volte profondamente e una volta persino gemetti, certamente nel momento in cui mi pareva di essere obbligato di legarmi all’ufficio di Guido come l’Olivi era legato al mio.

Nel dormiveglia Augusta mormorò:

— Che hai? Hai trovato di nuovo da dire con l’Olivi?

Ecco l’idea che cercavo! Io avrei consigliato Guido di prendere con sè quale direttore il giovine Olivi! Quel giovinotto tanto serio e tanto laborioso e ch’io vedevo tanto malvolontieri nei miei affari perchè pareva s’apprestasse di succedere a suo padre nella loro direzione per tenermene definitivamente fuori, apparteneva evidentemente e a vantaggio di tutti, nell’ufficio di Guido. Facendogli una posizione in casa sua, Guido