Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/424

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mi premeva. Essa non voleva il mio amore, ma il mio appoggio ed io le parlavo in modo che potesse credere ch’io ero pronto a concederle ambedue.

Ada m’afferrò subito la mano. Ebbi un brivido. Offre molto una donna porgendo la mano! Ho sempre sentito questo. Quando mi fu concessa una mano mi parve di afferrare tutta una donna. Sentii la sua statura e nell’evidente confronto fra la mia e la sua, mi parve di fare atto somigliante all’abbraccio. Certo fu un contatto intimo.

Ella soggiunse:

— Io devo ritornare subito a Bologna in casa di salute e mi sarà di grande tranquillità di saperti con lui.

— Resterò con lui! — risposi con aspetto rassegnato. Ada dovette credere che quel mio aspetto di rassegnazione significasse il sacrificio ch’io consentivo di farle. Invece io stavo rassegnandomi a ritornare ad una vita molto ma molto comune, visto ch’essa non ci pensava di seguirmi in quella d’eccezione ch’io avevo sognata.

Feci uno sforzo per discendere del tutto a terra, e scopersi immediatamente nella mia mente un problema di contabilità non semplice. Dovevo accreditare dell’importo dell’assegno che tenevo in tasca il conto di Ada. Questo era chiaro e invece non chiaro affatto come tale registrazione avrebbe potuto toccare il conto Utili e Danni. Non ne dissi nulla per il dubbio che forse Ada non sapesse che c’era a questo mondo un libro mastro contenente dei conti di sì varia natura.

Ma non volli uscire da quella stanza senz’aver detto altro. Fu così che invece di parlare di contabilità, dissi una frase che in quel momento gettai lì negligentemente solo per dire qualche cosa, ma che poi sentii di grande