Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/427

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— Adesso c’è fra noi due e dev’esserci un vero affetto fraterno. Io ho bisogno di te. Per quel ragazzo di là, io ormai dovrò essere una madre, dovrò proteggerlo. Vuoi aiutarmi nel mio difficile compito?

Nella sua grande emozione ella quasi s’appoggiava a me, come nel sogno. Ma io m’attenni alla sue parole. Mi domandava un affetto fraterno; l’impegno di amore che pensavo mi legasse a lei si trasformava così in un altro suo diritto, epperò le promisi subito di aiutare Guido, di aiutare lei, di fare quello che avrebbe voluto. Se fossi stato più sereno avrei dovuto parlare della mia insufficienza al compito ch’essa m’assegnava, ma avrei distrutta tutta l’indimenticabile emozione di quel momento. Del resto era tanto commosso che non potevo sentire la mia insufficenza. In quel momento pensavo che non esistessero affatto per nessuno delle insufficienze. Anche quella di Guido poteva essere soffiata via con alcune parole che gli dessero il necessario entusiasmo.

Ada m’accompagnò sul pianerottolo e restò li, appoggiata alla ringhiera, a vedermi scendere. Così aveva fatto sempre Carla, ma era strano lo facesse Ada che amava Guido, ed io gliene fui tanto grato che, prima di passare alla seconda branca della scala, alzai anche una volta il capo per vederla e salutarla. Così si faceva in amore ma, si vedeva, anche quando si trattava di amore fraterno.

Così me ne andai via lieto. Essa m’aveva accompagnato fino su quel pianerottolo, e non oltre. Non v’erano più dubbii. Restavamo così: Io l’avevo amata ed ora amavo Augusta, ma il mio antico amore le dava il diritto alla mia devozione. Essa poi continuava ad a-