Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/436

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andava tuttavia ogni settimana a caccia e a pesca. Io esageravo volontieri nella mia lode perchè così mi pareva di giovare alla guarigione di Ada.

Rilessi la lettera e non mi bastò. Ci mancava qualche cosa. Ada s’era rivolta a me ed era certo che voleva anche mie notizie. Perciò mancavo di cortesia non dandogliene. E a poco a poco — lo ricordo come se mi avvenisse ora — mi sentii imbarazzato a quel tavolo come se mi fossi trovato di nuovo faccia a faccia con Ada, in quello stanzino buio. Dovevo stringere molto la manina, stringerla dolcemente e lungamente per significare che intendevo tutto, tutto quello che non doveva essere detto giammai.

Non dirò tutto il frasario che passai in rivista per trovarci qualche cosa che potesse sostituire quella stretta di mano lunga e dolce e significativa, ma soltanto quelle frasi che poi scrissi. Parlai lungamente della vecchiaia incombente su di me. Non potevo stare un momento tranquillo senz’invecchiare. Ad ogni giro del mio sangue qualche cosa s’aggiungeva alle mie ossa e alle mie vene che significava vecchiaia. Ogni mattina, quando mi destavo, il mondo appariva più grigio ed io non me ne accorgevo perchè tutto restava intonato; non v’era in quel giorno neppure una pennellata del colore del giorno prima, altrimenti l’avrei scorta ed il rimpianto m’avrebbe fatto disperare.

Mi ricordo benissimo di aver spedita la lettera con piena soddisfazione. Non m’ero affatto compromesso con quelle parole, ma mi pareva anche certo che se il pensiero di Ada fosse stato uguale al mio, essa avrebbe compresa quella stretta di mano amorosa. Ci voleva poco acume per indovinare che quella lunga disquisizione

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