Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/460

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pegno di non rammentare con una sola parola gli avvenimenti di oggi.

Fin qui aveva parlato sorridendo. Dinanzi alla mia faccia seria, si fece più serio anche lui. Aggiunse:

— Vedi anche tu che ho bisogno di un riposo dopo un colpo simile. Poi mi sarà più facile di riprendere il mio posto nella lotta.

La sua voce s’era velata di un’emozione della cui sincerità non seppi dubitare. Perciò seppi rattenere il mio dispetto o manifestarlo solo col rifiuto del suo invito, dicendogli che io dovevo restare in città per provvedere al denaro necessario. Era già un rimprovero il mio! Io, innocente, restavo al mio posto, mentre lui, il colpevole, poteva andare a spassarsela.

Eravamo giunti dinanzi alla porta di casa della signora Malfenti. Egli non aveva più ritrovato l'aspetto di gioia per il divertimento di alcune ore che l’aspettava e, finchè rimase con me, conservò stereotipata sulla faccia l’espressione del dolore cui io l’avevo richiamato. Ma prima di lasciarmi, trovò uno sfogo in una manifestazione d’indipendenza e — come a me parve — di rancore. Mi disse ch’era veramente stupito di scoprire in me un tale amico. Esitava di accettare il sacrificio che gli volevo portare e intendeva (proprio intendeva) ch’io sapessi ch’egli non mi riteneva impegnato in alcun modo e ch’ero perciò libero di dare o non dare.

Son sicuro di aver arrossito. Per levarmi dall’imbarazzo gli dissi:

— Perchè vuoi ch’io desideri di ritirarmi quando pochi minuti or sono senza che tu m’abbia chiesto nulla, mi son profferto di aiutarti?

Egli mi guardò un po’ incerto eppoi disse: