Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/464

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Tentai di calmare Augusta facendole delle carezze. Essa allontanò la sua faccia dalla mia per vedermi meglio e mi fece dolcemente un mite rimprovero che mi commosse molto:

— Io so che ami anche me, — mi disse.

Evidentemente lo stato d’animo di Ada non aveva importanza per lei, ma il mio, ed ebbi un’ispirazione per provarle la mia innocenza:

— Ada è dunque innamorata di me? — feci ridendo. Poi staccatomi da Augusta per farmi veder meglio, gonfiai un po’ le guancie e spalancai in modo innaturale gli occhi così da somigliare ad Ada malata. Augusta mi guardò stupita, ma presto indovinò la mia intenzione. Fu colta da uno scoppio d’ilarità di cui subito si vergognò.

— No! — mi disse, — ti prego di non deriderla. Poi confessò, sempre ridendo, ch’ero riuscito di imitare proprio quelle protuberanze che davano alla faccia di Ada un aspetto tanto sorprendente. Ed io lo sapevo perchè imitandola m’era parso di abbracciare Ada. E quando fui solo, più volte ripetei quello sforzo con desiderio e disgusto.

Nel pomeriggio andai all’ufficio nella speranza di trovarvi Guido. Ve l’attesi per qualche tempo eppoi decisi di recarmi a casa sua. Dovevo pur sapere se era necessario di domandare del denaro all’Olivi. Dovevo compierne il mio dovere per quanto mi seccasse di rivedere Ada alterata una volta di più dalla riconoscenza. Chissà quali sorprese mi potevano ancora provenire da quella donna!

Sulle scale della casa di Guido m’imbattei nella signora Malfenti che pesantemente le saliva. Mi raccontò