Pagina:Svevo - La coscienza di Zeno, Milano 1930.djvu/68

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ebbi un sogno vivissimo che mi riportò con un salto enorme, attraverso il tempo, a quei giorni. Mi rivedevo col dottore nella stessa stanza ove avevamo discusso di mignatte e camicie di forza, in quella stanza che ora ha tutt’altro aspetto perche è la stanza da letto mia e di mia moglie. Io insegnavo al dottore il modo di curare e guarire mio padre, mentre lui (non vecchio e cadente com’è ora, ma vigoroso e nervoso com’era allora) con ira, gli occhiali in mano e gli occhi disorientati, urlava che non valeva la pena di fare tante cose. Diceva proprio così: «Le mignatte lo richiamerebbero alla vita e al dolore e non bisogna applicargliele!». Io invece battevo il pugno su un libro di medicina ed urlavo: «Le mignatte! Voglio le mignatte! Ed anche la camicia di forza!».

Pare che il mio sogno si sia fatto rumoroso perchè mia moglie l’interruppe destandomi. Ombre lontane! Io credo che per scorgervi occorra un ausilio ottico e sia questo che vi capovolga.

Il mio sonno tranquillo è l’ultimo ricordo di quella giornata. Poi seguirono alcuni lunghi giorni di cui ogni ora somigliava all’altra. Il tempo s’era migliorato: si diceva che s’era migliorato anche lo stato di mio padre. Egli si moveva liberamente nella stanza e aveva cominciata la sua corsa in cerca d’aria, dal letto alla poltrona. Traverso alle finestre chiuse guardava per istanti anche il giardino coperto di neve abbacinante al sole. Ogni qualvolta entravo in quella stanza ero pronto per discutere ed annebbiare quella coscienza che il Coprosich aspettava. Ma mio padre ogni giorno dimostrava bensì di sentire e intendere meglio, ma quella coscienza era sempre lontana.

SVEVO — La coscienza di Zeno — 5