Pagina:Svevo - Senilità, 1927.djvu/207

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da formale, una sera il Balli disse ad Emilio: — Non so più lavorare. Dispererei, se non avessi nella mente quella figura.

— Mi sono dimenticato di nuovo di parlarne ad Angiolina, disse Emilio senza però curarsi di fingere la sorpresa di chi s’accorge di un’involontaria mancanza. — Sai che fare? Quando la vedi, parlagliene tu; vedrai come s’affretterà a compiacerti.

C’era tanta amarezza in quest’ultima frase che al Balli fece compassione, e per allora non ne parlò più. Egli stesso sapeva che il suo intervento fra i due amanti non era stato molto felice e non voleva più ingerirsi nelle loro faccende. Non poteva cacciarsi fra di loro come aveva fatto ingenuamente alcuni mesi prima per il bene dell’amico, e la guarigione d’Emilio doveva essere opera del tempo. La sua bella immagine sognata tanto, l’unica che per il momento avrebbe potuto spingerlo al lavoro, veniva ammazzata dall’incurabile bestialità d’Emilio.

Tentò di compiere l’opera con un’altra modella, ma dopo alcune sedute, disgustatosene, lasciò il lavoro in asso. Veramente questi abbandoni bruschi d’idee vagheggiate a lungo s’erano verificati spesso nella sua carriera. Questa volta, e nessuno avrebbe potuto dire se a torto o a ragione, egli ne dava la colpa ad Emilio. Non v’era alcun dubbio che se avesse avuta la modella sognata, avrebbe potuto riprendere con tutta lena il lavoro fosse pure per distruggerlo qualche settimana dopo.

Si trattenne dal raccontare tutto ciò all’amico e fu