Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/132

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Era partita sola da Pesaro, nella tristezza del grigio mattino invernale, abbandonando, forse per sempre, i luoghi dove suo padre era morto, dove suo nonno era morto, dove il suo amore era morto, e Flora, per riscaldarsi 1' anima, aveva pregustata con la fantasia durante il viaggio, la gioia ineffabile dell'arrivo e si era figurata, col pensiero, di trovarsi già nel rifugio sicuro delle braccia materne. Invece, nessuno si era data cura di lei ed ella si vedeva alle prese con la gros solana rudezza del vetturino.

— Abbia pazienza, pagherà mia madre — disse Flora con voce timida e supplice. — Io non ho danaro.

Il vetturino protestò senza cerimonie: — Chi non ha danaro non si fa scarrozzare I Chi non ha danaro si serve delle proprie gambe! Al suono acerbo delle parole, il portinaio, che stava dignitosamente seduto al sole, traendo fumo dalla corta pipa, si alzò seccatissimo e si avvicinò alla viaggiatrice, la quale, senza dubbio, doveva essersi sbagliata d'indirizzo, perché in quel pa lazzo di via delle Fiamme capitava, di solito, tutta gente ragguardevole e danarosa. — Voi non alzate troppo la voce — egli im pose al vetturino — e lei mi dica chi cerca qui — soggiunse rivolgendosi a Flora, e scrutando con aria severa il modesto abitino nero e il visetto spaurito della ragazza. — Cerco la contessa Adriana Vianello — ri spose Flora con accento pieno di sommessione, tanto quel grosso uomo rubicondo le appariva maestoso e circonfuso di autorità. Il vetturino, tirando moccoli fra i denti, a-