Pagina:Tartufari - Roveto ardente, Roma, Roux, 1905.djvu/353

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Ella, confusa, gli dette un piccolo schiaffo con la punta delle dita guantate.

Si trovarono, senza saper conte, in una specie eli terrazza scoperta e, secondando il muro tap pezzato di edera, scopersero un rifugio miste rioso, una specie di cappella nascosta da un folto intrico di rami spioventi. Nel centro giaceva un capitello di colonna che servi loro di sedile.

Flora pensava di essere in paradiso. I rami penduli si dondolavano e il sole, rifran gendosi entro le stille della pioggia recente, li fa ceva somigliare a monili di brillanti. Un uccellino svolazzava, adagio, rasentando il suolo, e la insta bile vivacità dei suoi movimenti smerlettava il muro, aureo nella luce, di sottili disegni scuri. Flora abbandonò il capo sopra la spalla di Ger mano, ed egli le posò la gota sulla gota. Per la prima volta il sogno e la realtà si fon devano in lei armonicamente, ed ella non avrebbe chiesto al destino che di prolungare per. l'eternità la sovrana poesia di quell'istante; ma il suono gutturale delle voci esotiche li cacciò via anche di lì, e Flora si ricordò che c'era ancora una fon tana da vedere; una fontana nel fondo di un antro, dinanzi a cui stava un portico con due nicchie, ed al portico si accedeva dal giardino per una doppia rampa di scale nascoste tra il verde. Riconobbero ben presto il rumore dell'acqua e trovarono infatti la scala, assai disagiata e dai logori gradini oscillanti. L'acqua della fonte scrosciava nell'antro; il portico, solenne di vetustà, stava immerso nell'om bra, ma il lembo estremo del pavimento marmoreo era frangiato dal sole, che, bagnando un prato