Pagina:Teotochi - Opere di Canova.djvu/106

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l’immaginazione di Canova. Egli ce lo rappresenta in diverse circostanze della sua vita, con altrettanti bassirilievi, il primo de’ quali lo raffigura nell’atto di salvare i giorni al giovinetto Alcibiade, a quel singolare Ateniese, che educato nella splendida casa di Pericle, ed addottrinato da Socrate medesimo, fu la meraviglia dell’età sua, la delizia ad un tempo, ed il disprezzo della Grecia e dell’Asia. Nella battaglia di Potidea combattendo Alcibiade cadde a terra. L’elmo che gli vedi balzato fuori del capo, ed i capelli sparsi al vento denotano il grande impeto della caduta. Conserva ancora lo scudo; ma non potendosi rialzare, malgrado ogni suo sforzo, ferito essendo da una freccia, che gli sta ancora confitta nella coscia, inutile affatto gli sarebbe quella difesa contro ai colpi di un guerriero, che avendolo afferrato per il lembo della clamide con la mano sinistra, lo strascica verso di sè, e sta già con l’altra per immergerli ferocemente la spada nel petto. Alcibiade con quel suo fermo ed inalterabile coraggio lo guarda, ma in maniera da intimidirlo anzi che di mostrarsene intimidito, o di domandargli la vita. Lo sdegno ed il disprezzo pel suo nemico gli stanno maravigliosamente espressi nella fronte, nelle narici e nelle labbra. Sopraggiunge Socrate, ed oh! come si slancia con tutta la persona, e con tutto quel fervore che inspira il generoso e caldo sentimento dell’amicizia; ed oppone ai colpi