Pagina:Tigre Reale.djvu/149

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un delirio; sembravagli che quelle ossa che si avviticchiavano a lui scricchiolassero, e si ricordava di quegli scoppietti che Rendona aveva udito nei polmoni di lei; l’ebbrezza del suo amore era mostruosa, come se la dividesse con un cadavere; l’immagine di sua moglie, di suo figlio infermo, della sua dimora tranquilla, della sua felicità domestica, mischiavasi a quel fantasma della donna che avea tanto amato in un orribile e doloroso incubo. Ella irrigidita, quasi svenuta, metteva dei piccoli gridi selvaggi, e difendeva i veli del suo petto con pudore d’inferma. Ad un tratto si mise a stracciarli lei stessa, fuori di sè, poi gli si abbondonò nelle braccia con rigidità catalettica, balbettando, singhiozzando, annaspando colle mani verso il letto. Egli ve l’adagiò, colle vesti disfatte, i capelli sparsi, stecchita come un cadavere.

Delle lagrime le scorrevano lente lente per le guance; avea gli occhi chiusi, e le labbra contratte da una convulsione dei muscoli del viso scoprivano la doppia fila dei suoi denti lucidi ancora come perle.