Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/102

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convien parlare sinceramente. Troppo antichi sono gli esempi che e di statue e di sculture d’ogni maniera abbiamo non solo tra gli Ebrei e tra gli Egiziani e tra altri più antichi popoli, ma tra’ Greci ancora, per potere un tal vanto attribuire agli Etruschi. Basta leggere Omero ad esserne pienamente convinto. Se però gli Etruschi non possono a ragione chiamarsi i primi inventori della scultura e dell’arte statuaria, non puossi loro a ragione negar la lode di essere in quest’arte ancora saliti a sommo onore. Egli è vero che Quintiliano duri chiama i lavori degli Etruschi (l. 12, c. 10), e il valente antiquario Winckelmann così ne dice (Hist. de l’Art. t. 1, c. 3, sect. 1): L’art n’a jamais atteint chez les Etrusques ce dégré de perfection où il fut porté par les Grècs; et dans les ouvrages même de leur meilleur temps, il regne un goût outré qui les dépare. Tale è pure il sentimento dell’autore del trattato De l’usage des Statues: Le stile etrusque, dic’egli (part. 3, c. 2), doit être consideré sous différents périodes, mais, sous quelque période qu’on le considere, on y trouve toujours quelque chose de la rudesse de son origine. Altri nondimeno ne pensano altrimenti. E certo le due statue dell’Aruspice etrusco e della Chimera, delle quali oltre altri parla lungamente il chiarissimo

    Tarquiniesi, giacchè esistono in fatti o sotto le rupi della stessa collina, o nel circondario di circa un miglio da essa, e quindi fin quasi alle mura di Corneto medesimo. E qui senza più me le protesto di cuore, ec.