Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/105

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56 parte

di Caylus, della cui testimonianza più volentieri io valgomi che non di quella degl’Italiani, che sospetta potrebbe forse sembrare, e dall’amor della patria regolata e condotta, connoissoient toutes les parties de la sculpture et même de la gravure des pierres.... Quelle pureté ne remarque-t-on pas dans leurs formes; quelle sagesse dans quelques-uns de leurs ornemens courans; quelle légéreté dans le travail de la terre; quelle justesse dans la position de leurs anses! Dalle quali osservazioni anche a vantaggio della pittura degli Etruschi così conchiude il medesimo autore: Quoique il ne nous reste point des monumens de leur peinture, il est certain que cet art. leur fut connû... — et puisqu’il y avoit parmi eux d’habiles graveurs et des célèbres sculpteurs, on doit croire qu’ils excelloient aussi dans la peinture.


Loro architettura. XVI. Rimane per ultimo a parlare dell’architettura. Ancorchè nulla sapessimo del valor degli Etruschi in quest’arte, basterebbe riflettere a ciò che narra Livio (Dec. 1, l. 1), che volendo Tarquinio il magnifico tempio del Campidoglio innalzare in onore di Giove, non altronde chiamonne gli artefici che dall’Etruria: Fabris undique ex Etruria accitis. Ma altre più certe prove ne abbiamo. L’uso degli atrii, che al primo ingresso delle signorili case maestosamente ci si aprono innanzi, deesi agli Etruschi che ne furono i primi inventori. Lo accenna brevemente Varrone: Atrium appellatum est ab Atriatibus Tusceis (De lingua lat. l. 4), cioè dagli Etruschi abitatori d’Adria: la quale etimologia da Festo Pompeo (Ad verb. Atrium).