Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/116

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sperarsi di trarre acqua, e la maniera e le leggi prescriveva, con cui derivarla e condurla a’ luoghi opportuni. Io non veggo inoltre chi sieno questi antichi autori che dell’Aquilege etrusco fanno menzione. Certo niuno de’ tre poc’anzi nominati al nome di Aquilege aggiugne quello di etrusco. Un sol passo di M. Terenzio Varrone io veggo allegarsi dal Dempstero (loc. cit.), in cui si nomina Tuscus Aquilex: ma, come il Dempstero medesimo osserva, altri a quel luogo con notabile diversità leggono Herophilus Diogenes. Ma checchè sia di ciò, l’esservi nella Toscana bagni salubri, e la fama in che essi erano fino a’ tempi più antichi, bastar dee certamente a persuaderci che uomini ancora vi avesse in Etruria, i quali le qualità e gli effetti con attento studio ne ponderassero.


Se coltivassero la botanica. XXIII. Troppo debole parmi ancor l’argomento che dal Lampredi si adopera (p. 52) a provare gli Etruschi versati nella botanica. Adduce egli un passo di Plinio, in cui parla di un’erba detta myriophilon da’ Greci, millefolium da’ Latini, e dice che gli Etruschi con tal nome chiamarono una cotal erba cui egli vien descrivendo. Ma se l’avere presso alcun popolo ogni erba il suo nome, bastar potesse a farci credere che lo studio della botanica vi fiorisse, non vi sarebbe nazione alcuna a cui non convenisse tal lode.


Loro invenzioni.

XXIV. Altre invenzioni però noi veggiamo dagli antichi autori agli Etruschi attribuite, che uomini ingegnosi li mostrano, e nello studio della fisica diligentemente versati. Una sorta di tromba ad uso di guerra fu da essi trovata,