Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/173

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124 parte

egli parlando de’ movimenti celesti, eosdem motus Archimedes sine divino ingenio potuisset imitari (Tuscul. Quaest. l. 1).


Macchine da lui trovate per difendere Siracusa. XXIV. Gli ultimi giorni della vita di Archimede furono quelli in cui tutte le profonde e sottili sue speculazioni traendo alla pratica, a vantaggio le volse della sua patria assediata allor da’ Romani. Io seguirò qui l’esempio del Montucla, nè tratterromi a descrivere minutamente le macchine tutte da Archimede in tal occasione usate. Se noi crediamo a’ racconti degli antichi scrittori, operò egli allora cose portentose al sommo e pressochè incredibili. Dardi e sassi e travi d’ogni maniera lanciati dalle mura contro le navi romane, ed altre di queste colle macchine di Archimede oppresse e gittate a fondo, altre fermate con uncini e tratte ad urtare e ad infrangersi fra gli scogli, altre levate in alto e aggirate intorno per aria, e rovesciate poscia nell’onde; tutti in somma gli sforzi degli assedianti delusi e ribattuti per modo che Marcello disperò di potere mai prender per forza l’assediata città. Io penso certo che il terrore in cui alcune macchine di Archimede dovetter gittare i Romani, gli sgomentasse per modo, che anche assai più di ciò che era, paresse lor di vedere, e ne venisser poi quindi quegli esagerati racconti che leggonsi negli storici. Ma egli è indubitabile che ingegnose dovettero essere le macchine con cui riuscì ad Archimede di frastornare e deludere per tanto tempo l’impeto e il furor de’ nemici. Polibio (Excerpta l. 8), Livio (Dec. 3, l. 4) e Plutarco (in Marcello) son gli scrittori che