Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/260

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libro secondo 211

insieme con P. Sempronio Tuditano nella seconda guerra Cartaginese. Nel consolato di questi, come si ha nelle antiche memorie, morì Nevio, benchè Varrone diligentissimo ricercatore dell’antichità a più lungo tempo ancora ne stende la vita.


Sue commedie, e vicende per esse sostenute. VII. Fu dunque Nevio pressochè allo stesso tempo di Livio; ma più tardi di lui; cioè sei anni dopo, salì sul teatro, mosso probabilmente dall’esempio di Livio, e dal plauso che a lui vedeva farsi dal popolo. Undici, parte tragedie, parte commedie, da lui composte annovera il Fabricio (Bibl. Lat.l. 4 > c. 1), e molte altre ancora se ne veggon citate negl’Indici nella sua Biblioteca inseriti. Ma fatali riuscirono al poeta le sue stesse commedie. Piacevasi egli all’usanza de’ Greci di mordere e dileggiar co’ suoi versi or l’uno, or l’altro de’ più possenti cittadini di Roma. Ne abbiamo un saggio in un suo verso presso il Vossio (De Histor. Lat.l. l, c. 2) in cui insultando Metello, che al consolato in età assai giovenile era salito, dice che per fatale sventura di Roma facevansi consoli i Metelli:

Fato Romae fiunt Metelli consules.

Risposegli Metello con altro verso dallo stesso Vossio riferito:

Dabunt malum Metelli Naevio poetae.

Ciò dovette accadere l’anno 547 di Roma, in cui appunto fu console Q. Cecilio Metello. Ma questi non fu pago di aver renduto verso a verso; e, secondato probabilmente da altri