Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/278

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libro secondo 229

a’ Lettori, e mi ritarderebbe di troppo il giugnere a tempi e ad uomini ancor più illustri. Mi basterà perciò l’accennare in breve alcuna cosa di quei che tra essi giunsero a maggior fama. Furon dunque a que’ tempi Cecilio Stazio scrittor di commedie, e Pacuvio di tragedie. Di Cecilio Stazio dice la Cronaca Eusebiana, che morì un anno dopo Ennio, che fu nativo della Gallia Insubrica, e che da alcuni si dice ch’e’ fosse milanese. Queste parole sono parute bastevoli al ch. Sassi (De Stud. Mediol. c. 5) e all’Argelati Biblioth. Script. Mediol.) a poter dirlo accertatamente milanese di patria. Il Quadrio al contrario con ammirabile sicurezza, senza recarne prova alcuna, il fa comasco (t. 4, p. 47). Non potrei io dire ugualmente ch’ei fu cremonese, o pavese? Egli, come abbiamo da Gellio, fu schiavo in Roma (l. 4, c. 30). Pacuvio, come abbiamo dalla stessa Cronaca e da Plinio il Vecchio (l. 35, c. 4) nacque in Brindisi di una sorella di Ennio; e fu in Roma pittore insieme e poeta; quindi passato a Taranto, in età di novant’anni finì di vivere. Non è troppo vantaggioso il giudizio che di questi due poeti ci ha dato Tullio, perciocchè dice che amendue usarono di uno stil rozzo ed incolto (De Cl. Orat. n. 74); benchè altrove di qualche particolar passo di Pacuvio parli con lode (Tusc. Quaest.l. 2, n. 21. De Divin.l. 1, n. 57). Quintiliano nondimeno dice (l. 10, c. 1) che Cecilio fu dagli antichi lodato assai, e che Pacuvio (come anche Accio di cui or parleremo) per la gravità de sentimenti, per la forza dell’espressione e per la dignità de’ suoi personaggi