Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/282

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libro secondo 233

questa commedia aggiugne Donato ch’egli ebhe otto mila sesterzii che corrispondono a un dipresso a dugento scudi romani, prezzo, dice lo stesso scrittore, a cui per commedia alcuna non erasi ancor pagato l’uguale. Soggiugne però Donato, e il prova colla testimonianza di molti antichi scrittori, essersi tenuta per cosa ferma e costante che nelle commedie di Terenzio gran parte avessero i suoi due amici Lelio e Scipione. Terenzio stesso non dissimula quest’accusa che contro di lui si spargeva; e la maniera con cui si difende, sembra anzi opportuna a confermarla più che a ribatterla (Adelph. prolog.).

Nam quod isti dicunt malevoli, homines nobiles
Hunc adjutare, assidueque una scribere,
Quod illi maledictum vehemens existimant,
Eam laudem hic ducit maximam, cum illis placet.
Qui vobis universis et populo placent;
Quorum opera in bello, in otio, et negotio
Suo quisque tempore usus est sine superbia.


Suo viaggio in Grecia e sua morte. XXIV. Forse, come osserva Donato, queste invidiose voci che contro di lui correvan per Roma, furon cagione ch’egli, poichè ebbe composte le sei mentovate commedie, se ne partisse per andarsene in Grecia; ma forse ancora un tal consiglio egli prese per meglio conoscere le usanze greche, e meglio ancora esprimerle ne’ suoi versi. Qualunque fosse la ragione della sua partenza da Roma, certo è ch’egli più non vi fece ritorno. Reca Donato le diverse opinioni che della morte di lui si divulgaron per Roma. Altri scrissero che salito in nave, più non fu veduto da alcuno: altri, che