Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/283

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234 parte terza

nel tornare di Grecia, portando seco cento otto commedie che dal greco di Menandro avea volte in latino, perì di naufragio; ma i più, ch’egli morì in Grecia l’anno 594; singolarmente per dolore che il prese all’udire che il suo bagaglio cui insieme colle nuove sue commedie avea spedito innanzi per mare, risoluto poi egli ancora di tornarsene a Roma, erasi affondato.


Carattere delle commedie di Terenzio. XXV. Diversi sono i pareri de moderni precettori di poesia intorno alle commedie di Terenzio. Altri le innalzano fino alle stelle, altri ne sentono bassamente. Ma io penso che tutti si arrenderan volentieri al parere di due de’ più grandi uomini di tutta l’antichità, e de’ più atti a giudicare in questo argomento, dico di Cicerone e di Giulio Cesare. Alcuni lor versi ci sono stati da Donato conservati, ne quali il carattere formano e l’elogio di questo poeta. Cicerone ha così:

Tu quoque, qui solus lecto sermone, Terenti,
Conversum expressumque latina voce Menandrum
In medio populi sedatis vocibus effers,
Quidquid come loquens, ne omnia dulcia dicens.

Cesare alle virtù di Terenzio aggiugne ancora i difetti:

Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,
Poneris, et merito puri sermonis amator.
Levibus atque utinam scriptis adjuncta foret vis
Comica, ut aequato virtus polleret honore
Cum Graecis, neque in hac despectus parte jaceres.
Unum hoc maceror et doleo tibi deesse, Terenti.

Noi veggiam dunque che amendue esaltano sommamente Terenzio per la purezza del latino