Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/292

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libro secondo 243

non mi veggono applicarmi agli esercizii del Foro, nè volgermi all’eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non si aspetta già un oratore, ma un generale d'armata. Vi confesso che la vostra freddezza per me mi tocca e mi affligge sensibilmente. Io fui sorpreso, continua Polibio, all’udire un discorso cui certo non mi attendeva da un giovinetto di diciott'anni; e di grazia, gli dissi, caro Scipione, no non vogliate nè pensare, nè dire che se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, ciò nasca da mancamento di stima ch’io abbia per voi. Egli è primogenito; e perciò nelle conversazioni a lui mi rivolgo sempre anzi che a voi; e ciò ancora, perchè ben mi è noto che avete amendue i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si conviene l’essere infingardo. E ben si vede quanto i vostri sentimenti siano superiori a que’ del volgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servigio. Se voi mi credete opportuno a condurvi a un tenore di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come meglio vi piace. Per ciò ch'è delle scienze alle quali vi veggo inclinato e disposto, voi troverete bastevoli aiuti in quel gran numero d’uomini dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso di potervi io stesso esser più utile di ogni altro. Scipione allora prendendomi le mani e stringendole tralle sue, e quando, disse, quando